Zephyr
Zefiro è il vento dell’ovest, quello che i greci immaginavano gentile, portatore di primavera, e che nei loro miti accompagnava il ritorno della vita dopo l’inverno. Non potevano sapere che un giorno il suo nome sarebbe arrivato dall’altra parte del mondo, in un paese dove andare a ovest non era una direzione ma un destino, e dove la gente partiva ancora prima di sapere cosa stesse cercando.
In America, Zephyr è il nome di un treno: il California Zephyr, che parte da Chicago e per tre giorni insegue il tramonto, finché i binari finiscono dove finisce la terra. È un nome che contiene una direzione, perché ovest non è mai stato un punto cardinale: è una promessa.
Qui sono venuti tutti a rinascere: chi cercava l’oro nei fiumi, chi una terra dopo la polvere, chi un nome nuovo sotto le luci degli studios, chi il futuro dentro un garage di Palo Alto. Storie diverse che custodivano la stessa fede: che esista, da qualche parte, un posto dove si può ricominciare, dove si possono trovare altre versioni di sé. La California non è mai stata soltanto un luogo: è sempre stata una seconda possibilità, il miraggio che si intravede dopo la traversata del deserto.
Queste fotografie vengono da lì, dall’ultima costa, dal punto in cui il sogno americano arriva e si ferma perché oltre c’è solo il Pacifico. La California è la fine della frontiera, e per questo è il luogo più mitologico che esista: tutto ciò che si muove verso ovest, prima o poi, sbatte contro questa luce, una luce che non descrive le cose ma le promette, e che lascia palme, motel e highway vuote sempre sul punto di mantenere qualcosa che non mantengono mai del tutto. Poi la terra finisce, e le fotografie cominciano esattamente lì: sull’orlo, dove non si può più andare avanti e ancora non si vuole tornare indietro.

