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Alberto Canci

Interstate

Le interstate sono contemporaneamente la cosa più grande e più piccola che l’America abbia costruito: viste dall’alto formano una griglia continentale, un sistema nervoso che tiene unito un paese troppo vasto per conoscersi; viste dal basso sono una rampa d’uscita qualunque, una stazione di servizio alle due di notte, un motel con l’insegna accesa per nessuno. È questa la loro natura doppia: il macro e il capillare nello stesso nastro d’asfalto, l’infrastruttura imperiale e il dettaglio minimo, l’intero continente e il bicchiere di caffè che il diner riempie finché non dici basta.

E in mezzo, a tenere insieme le due scale, c’è l’automobile. In America l’auto non è mai stata soltanto un mezzo di trasporto: è la forma che la libertà ha preso quando ha avuto bisogno di un corpo. Salire in macchina e partire è il gesto fondativo di un intero immaginario, la promessa che basta un serbatoio pieno per cambiare vita.

Io quel mondo lo conoscevo già prima di vederlo. Ci ero cresciuto dentro senza esserci mai stato, attraverso i film, le canzoni, le copertine dei dischi, le fotografie di chi aveva attraversato quelle strade decenni prima di me. L’America rurale era un immaginario prima di essere un luogo, e ho guidato a lungo per andare a verificare se esistesse davvero.

Queste fotografie vengono da lì, da un viaggio di diciotto mesi alla ricerca di quell’immaginario: qualcosa che non avrei saputo descrivere se me l’avessero chiesto, ma che riconoscevo ogni volta che compariva oltre il parabrezza, un’insegna arrugginita, un silos nella pianura, una chiesa di legno bianco in mezzo al niente.

Quello che ho trovato non era identico a quello che cercavo, ma si somigliavano abbastanza da non riuscire più a distinguerli. Questo rappresentano per me le interstate: il simbolo di un intero mondo immaginato, e la prova che a percorrerlo abbastanza a lungo diventa vero.