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Christopher Anderson, canadese di nascita e texano di formazione, si era fatto un nome nel 1999 salendo su una barca di legno costruita a mano insieme a quarantaquattro haitiani che tentavano di raggiungere la Florida. La barca affondò nei Caraibi, li tirò fuori la guardia costiera, e quelle fotografie gli valsero la Robert Capa Gold Medal. Negli anni successivi ha fotografato Gaza, l'Afghanistan dopo l'11 settembre, il Venezuela di Chávez; è entrato in Magnum nel 2005 ed è stato il primo photographer in residence del New York Magazine.

Poi, nel 2008, nasce Atlas, il primo figlio. Poco dopo al padre di Anderson diagnosticano un tumore ai polmoni. Non aveva mai puntato la macchina dentro casa sua; comincia a farlo quasi senza accorgersene, per non perdere niente di quello che stava succedendo, e per due anni continua a considerarle fotografie che non c'entravano nulla con il suo lavoro. Poi capisce che sono esattamente il suo lavoro, e che tutto quello che aveva fatto prima serviva ad arrivare lì.

Il libro sta dentro quel doppio movimento: mentre impara a fare il padre, torna a essere figlio.

Kehrer lo pubblica nel 2013. Stanley/Barker lo rifà nel 2021 con ottanta pagine in più: Atlas ha dieci anni di più, e nella postfazione Anderson scrive che la prima volta il figlio del titolo era lui.