Alberto Canci
← articoliSegnavia · apr 2026
What side are you standing on?
Alex Karp, i The Strokes e il weekend californiano che nessuno ha messo insieme.

Sabato 18 aprile 2026. A San Francisco, anche se forse il post era già stato preparato la sera prima, l’account di Palantir Technologies pubblica su X un thread di mille parole. Lo presenta come una sintesi del libro del suo CEO, Alexander Karp: ventidue punti, titolo The Technological Republic. Il tono non è tanto quello di un comunicato stampa, è decisamente più vicino quello di un vero e proprio manifesto.
Nello stesso weekend, a Indio, nel deserto della Coachella Valley, i The Strokes, storica band rock newyorchese, tornano sul main stage del festival per la prima volta negli ultimi quindici anni portando quindici brani. Decidono di chiudere con Oblivius, un pezzo del 2016 dall’EP “Future Present Past” che dal vivo hanno eseguito pochissime volte. Mentre Julian Casablancas, il frontman della band, canta il brano, alle sue spalle i giganteschi Ledwall proiettano un visual con una moschea di luci neon. Poi la moschea lascia spazio a qualcos’altro: un video fatto di nomi, date, immagini.
Mohammad Mossadegh, Iran, 1953. Jacobo Árbenz, Guatemala, 1954. Patrice Lumumba, Congo, 1961. Salvador Allende, Cile, 1973. Accanto a Martin Luther King Jr., una riga sola: “Il governo degli Stati Uniti è stato dichiarato colpevole del suo omicidio in un processo civile.” Poi il presente: trenta università distrutte in Iran, l’ultima università rimasta a Gaza rasa al suolo. Gli ultimi frame sono un aereo cargo da guerra che spara.
Nel frattempo, il ritornello di Oblivius continua a ripetere una domanda: “What side are you standing on?”
Karp, dal canto suo, in ventidue punti aveva già risposto.
Alexander Karp non assomiglia a quasi nessun altro CEO della Silicon Valley, e non solo per via dei folti capelli grigi perennemente spettinati e le curiose pose adottate nelle conferenze stampa. È cresciuto a Philadelphia, figlio di un pediatra ebreo e di un’artista afroamericana. Dopo una laurea in legge a Stanford si trasferì in Germania a ventiquattro anni, portando con sé quella che lui stesso, a distanza di decenni, avrebbe descritto come una “ferma e non ironica speranza” di diventare un accademico. Ottenuto un posto in un programma di dottorato in teoria sociale alla Goethe University di Francoforte, si avvicinò al colloquium di Jürgen Habermas e dedicò anni alla stesura della tesi.
La tesi si intitolava “Aggression in der Lebenswelt”, L’aggressività nel mondo della vita. Era una critica al sociologo Talcott Parsons e sosteneva che certi tipi di linguaggio, il “gergo” in senso tecnico, non servono tanto a comunicare quanto a incanalare impulsi aggressivi, a tenere insieme gruppi sociali attraverso la violenza simbolica piuttosto che attraverso il dialogo razionale. Il linguaggio, per il giovane Karp, non era dunque uno strumento di emancipazione, era più una forma di dominio travestita da conversazione; nella pratica rappresentava il rovesciamento del sistema concettuale di Habermas.
Per capire cosa Karp stesse provando a fare bisogna tornare a Habermas, e a cosa Habermas aveva a sua volta ereditato. La teoria dell’agire comunicativo, raccolta in due volumi pubblicati tra il 1981 e il 1984, rappresenta forse l’ultimo grande tentativo della filosofia novecentesca di fondare la democrazia su basi non metafisiche. Il tentativo di Habermas era quello di dimostrare che nella struttura stessa del linguaggio, nell’atto elementare del parlare a qualcuno, cercando di semplificare, è già contenuta una pretesa normativa. Nel dialogo con l’altro stiamo implicitamente sostenendo che quel che diciamo è quantomeno vero, sincero, giusto. Stiamo accettando, incondizionatamente, il principio che chi ascolta potrebbe chiederci conto del contenuto del nostro parlare. Nella visione di Habermas, è proprio in questa struttura che possiamo definire come elementare e quotidiana che si nasconde il seme di ogni istituzione democratica.
Da questa intuizione discendeva il concetto di sfera pubblica, che Habermas aveva teorizzato e delineato già nella sua tesi di abilitazione del 1962. La sfera pubblica borghese del Settecento, i caffè di Londra, i salon parigini, le riviste letterarie, era stata per lui lo spazio storicamente determinato in cui, per la prima volta, privati cittadini si erano riuniti per discutere razionalmente questioni di interesse collettivo. Quella che Habermas chiamava la “forza senza coercizione dell’argomento migliore” era stata prima di tutto un’esperienza storica, non un ideale astratto. Il compito della filosofia era custodirne la possibilità, anche quando i mercati, lo Stato amministrativo e i media di massa sembravano colonizzarla.
Il nome che Habermas dava al contrario di tutto questo era “agire strategico”: il linguaggio usato non per capirsi, ma per ottenere un risultato a spese dell’altro. La pubblicità, la propaganda, il linguaggio burocratico dei sistemi amministrativi. Dove l’agire comunicativo mira al consenso razionale, l’agire strategico mira alla performance efficace. E laddove il secondo colonizza il primo, avverte Habermas, il mondo della vita si svuota, e con esso la possibilità stessa della democrazia.
Habermas apparteneva alla seconda generazione della Scuola di Francoforte, e rispetto ai suoi maestri era considerevolmente meno disincantato. Adorno e Horkheimer avevano elaborato la Teoria Critica nell’immediato dopoguerra, cercando di dare senso a una distruzione senza precedenti. Nella Dialettica dell’Illuminismo, scritta durante l’esilio americano, la stessa ragione occidentale veniva messa sotto accusa: il progetto illuminista di emancipazione dell’umanità attraverso la conoscenza aveva infatti condotto a Auschwitz. La ragione strumentale aveva divorato quella emancipativa. Non restava a questo punto altro se non la critica negativa. Questa filosofia, come Karp avrebbe poi scritto nel suo libro, era in fondo “un manuale per vivere con la sconfitta”: un apparato concettuale formulato da un continente che aveva appena visto cadere le fondamenta culturali su cui si fondava la propria società.
Habermas aveva ereditato quella tradizione e si era imposto un compito diverso: ricostruire, dentro la Teoria Critica stessa, una base positiva per la democrazia. Non più solo la denuncia del dominio, ma l’individuazione, nella prassi comunicativa ordinaria, di uno spazio normativo non contaminato dal potere. Era una mossa coraggiosa, e per molti, anche dentro la Scuola, eccessivamente ottimista. Ma fu quella mossa a fare di Habermas, per decenni, il principale interlocutore filosofico delle democrazie liberali occidentali.
Karp portò al maestro quaranta pagine di bozza. La risposta di Habermas fu netta: “Non puoi competere con i critici letterari e i teorici che hanno recentemente scritto su questo argomento.” Rifiuto. Karp completò la tesi sotto altri supervisori, al Sigmund Freud Institute, ambiente in cui la tradizione freudiana aveva mantenuto una presa più forte che altrove sulla teoria della pulsione, e in particolare sull’ipotesi di un’aggressività costitutiva dell’umano. La ferita, avrebbe scritto decenni dopo in un saggio per Politico, pubblicato pochi giorni dopo la morte del maestro a novantasei anni, “rimase aperta per molto tempo”.
Habermas è morto il 14 marzo 2026. Cinque settimane dopo, Palantir ha pubblicato il manifesto.
Sarebbe tentante leggere questa sequenza come una vendetta intellettuale a lunga scadenza. Sarebbe anche sbagliato, o almeno troppo semplice. Karp infatti non ha mai smesso di citare la Scuola di Francoforte. Nel manifesto, nella sua formazione, nella struttura stessa del suo pensiero, la Scuola di Francoforte è onnipresente.
La tesi di dottorato di Karp non negava Habermas, lo sfidava sul suo stesso terreno, quello del linguaggio L’obiezione di Karp era radicale: la Lebenswelt – il mondo della vita - non è solo il luogo del consenso possibile, è anche, e forse prima di tutto, il luogo in cui si incanalano e si ritualizzano gli impulsi aggressivi. Certi linguaggi non aprono il dialogo: lo simulano, mentre compiono altro. La cortesia istituzionale, il gergo accademico, la retorica diplomatica, tutto ciò che Habermas tendeva a leggere come forma imperfetta ma perfettibile di agire comunicativo, Karp lo leggeva come violenza addomesticata.
Se Karp ha ragione, allora la scommessa habermasiana, ricostruire la democrazia a partire da una pragmatica del linguaggio, è mal impostata fin dall’inizio. Non perché il dialogo sia impossibile, ma perché il linguaggio non è il medium neutro che Habermas presuppone: è già, alla radice, attraversato da rapporti di forza che nessuna procedura discorsiva può eliminare. La conseguenza politica è implicita ma devastante e proprio su questo si fondano i principi di Palantir: se il dialogo razionale è sempre già compromesso dall’aggressività che struttura il mondo della vita, allora la domanda non è più come proteggere la sfera pubblica dal dominio, ma come organizzare razionalmente l’uso della forza.
Il manifesto di Palantir non è un testo di marketing, anche se parte dell’opinione pubblica online lo ha liquidato come tale. Il manifesto rappresenta una schematizzazione dell’impostazione del pensiero di Karp. Il punto uno: la Silicon Valley ha un debito morale con la nazione che ne ha reso possibile l’ascesa, e l’élite ingegneristica ha l’obbligo di partecipare alla difesa nazionale. Il punto finale: basta con il “pluralismo vuoto”, con l’equivalenza tra culture, con il relativismo che impedisce di giudicare. La domanda che Karp pone, e che riecheggia quella della tesi di trent’anni fa, è questa: perché l’America vittoriosa, nel pieno di un boom economico e demografico, adottò come filosofia delle sue élite un manuale costruito per elaborare la sconfitta? Perché la Silicon Valley ha costruito app di intrattenimento mentre Pechino e Mosca costruivano droni?
Hard power, scrive Karp. E in questo secolo, nella visione di Karp, l’hard power si costruisce sul software, sui dati, sulla loro integrazione e lettura.
Dove il maestro vedeva nel linguaggio la possibilità dell’emancipazione, l’allievo vi ha letto la dinamica del dominio. Dove il maestro costruiva la teoria della sfera pubblica come spazio del confronto razionale, l’allievo ha costruito Palantir, un’infrastruttura in cui la sfera pubblica non è più il luogo della deliberazione, ma il fondamento del dato da analizzare.
Indio, stessa notte. I nomi che scorrono dietro a Casablancas e ai The Strokes non sono accostati a opinioni, sono semplicemente accostati a date e a fatti documentati, alcuni da decenni, alcuni confermati da documenti declassificati della CIA stessa. Lo spettatore è lasciato solo davanti a una lista, e alla domanda implicita se quella lista abbia un filo, e quale.
È una forma di comunicazione specifica che ci invita a fermarci un momento. La scelta formale dei The Strokes, per chi ha voglia di leggerla, assomiglia molto a quello che Benjamin, nelle Tesi di filosofia della storia, chiamava la costellazione: immagini del passato che lampeggiano in un istante di pericolo, e che il presente riconosce come proprie solo se è in grado di coglierle al volo.
Karp aveva scritto che certi linguaggi non aprono il dialogo: lo simulano, mentre compiono altro. La performance dei The Strokes mostra cosa “altro” può significare: “Operazione”, “stabilizzazione”, “deterrenza”, “ordine”.
Habermas aveva creduto fino alla fine che le società democratiche possedessero le risorse per riformarsi attraverso la parola pubblica, il suo allievo più celebre – almeno per l’immaginario pubblico - aveva concluso che quella forza non bastasse, che il mondo richiedesse altro.
Sul palco di Indio, Casablancas sicuramente non stava rispondendo a Karp, e in ogni caso non sarebbe quello il punto. Il punto è che la stessa notte, nello stesso stato, la stessa domanda cantata da Casablancas ha ricevuto due risposte completamente diverse, attraverso due linguaggi completamente diversi, davanti a due pubblici che quasi certamente non si sovrappongono.
“What side are you standing on?”
Questa è la California dell’aprile 2026. Da una parte un uomo che ha preso la filosofia del dialogo e ne ha fatto gli strumenti della forza, e che chiede all’élite tecnologica di scegliere da che parte stare. Dall’altra un palco che mostra, senza commentare, cosa è successo ogni volta che qualcuno aveva già scelto.
Habermas aveva scommesso su qualcosa di diverso: che la ragione pubblica, dati abbastanza tempo e abbastanza spazio, potesse essere sufficiente. Non è detto che avesse torto. Non è detto che avesse ragione.
È detto che forse, a questo punto, non era abbastanza.
Per approfondire:
Il manifesto di Palantir:
Palantir@PalantirTech𝕏Because we get asked a lot.
The Technological Republic, in brief.
1. Silicon Valley owes a moral debt to the country that made its rise possible. The engineering elite of Silicon Valley has an affirmative obligation to participate in the defense of the nation.
2. We must rebel18 apr 2026 · 30K Mi piaceLa performance di Oblivius dei The Strokes al Coachella:
